Intervista a
Landi: il sindacato e i gestori nella stagione dei rinnovi degli accordi
Intervista in esclusiva
a "Staffetta
Quotidiana"
di Elena Veronelli
La
trattativa con Eni R&M sul rinnovo contrattuale è “particolarmente difficoltosa
perché, con questa azienda, oltre ad affrontare le questioni economiche di rito,
non ci siamo sottratti ai temi di natura contrattuale”. Nella vertenza Shell “si
contestano le modalità, contrattualmente violente, della compagnia che opera
costringendo di fatto i gestori, anche quelli non in scadenza di contratto, a
subire la minaccia e il ricatto di essere espulsi dalla rete”. E infine gli
accordi che si sono riusciti a siglare finora che “sono un riferimento per
quelli in discussione”. Alla vigilia del nuovo incontro che doveva tenersi
domani al ministero dello Sviluppo economico tra gestori ed Eni R&M, slittato
all'ultimo momento (v. notizia e v. Staffetta 02/02), e in un periodo
particolarmente di tensione sia sul fronte interno (i rinnovi degli accordi) sia
su quello esterno (la crisi finanziaria e l'altalena dei prodotti petroliferi),
il presidente Faib, Martino Landi, rilascia una intervista alla Staffetta in cui
fa il punto su tutti i problemi che pesano sul settore della rete carburanti. E
in merito al presunto potere che le sigle sindacali avrebbero nel nostro Paese
(v. Staffetta 23/01), Landi risponde: “vivaddio, siamo in uno Stato di diritto”.
D: Il settore della distribuzione
carburanti sta vivendo un periodo particolarmente di tensione a causa dei
rinnovi degli accordi. In primo piano c'è la vertenza con Eni R&M. Cosa succede?
Perché ogni volta che l'accordo con il Cane a sei zampe sembra chiuso c'è sempre
una nuova postilla che fa saltare tutto?
R: Il rinnovo degli accordi con le compagnie petrolifere è sempre un momento di
confronto delicato: ci sono a confronto le aspettative dei gestori e gli
obblighi della Federazione che deve rispondere alle esigenze della categoria, le
politiche e gli obiettivi delle compagnie petrolifere. Considerando il periodo
in cui ci troviamo, costretti ad affrontare temi di grande portata come la
recessione, la crisi internazionale, la caduta dei mercati finanziari,
l'altalena dei prezzi dei prodotti petroliferi, possiamo dire che le circostanze
non aiutano certamente a conciliare le aspettative delle parti.
Con Eni la trattativa si è arenata più volte e le problematiche generali che ho
prima richiamato hanno pesato al tavolo, condizionando fortemente la compagnia
che ha rifatto diverse volte i propri conti, stentando a trovare un
orientamento. Ciò dal nostro punto di vista è molto grave perché denota
incertezza, scarsa capacità di previsione degli scenari dei mercati
internazionali.
Abbiamo affrontato una trattativa difficile, come mai prima, proprio per gli
elementi di mutevolezza del contesto. Particolarmente difficoltosa, perché con
questa azienda, oltre che affrontare le questioni economiche di rito, non ci
siamo sottratti ai temi di natura contrattuale; argomenti delicati che
necessitano di approfondimenti e riflessioni che necessariamente dilatano i
tempi. E in questo caso, il tempo, anziché agevolare la soluzione dei problemi,
ha giocato alla sua esasperazione, considerato che la trattativa, iniziata da
quasi un anno, ha visto il verificarsi di talmente tanti eventi che hanno
stravolto le strategie e gli obiettivi dell' azienda.
Questo credo sia ciò che è successo e la difficoltà a trovare un accordo. Del
resto in un mondo attraversato dalla più grave crisi economica e finanziaria
dell'ultimo mezzo secolo non potevamo immaginare di vivere sull'isola che non
c'è. Noi continuiamo a lavorare per dare un accordo ai gestori.
D: Si parla addirittura di voler
delegittimare il sindacato dei gestori. Nel vostro ultimo comunicato,
particolarmente di fuoco, lo dite esplicitamente….
R: Il momento, come ho detto, è particolarmente delicato e difficile. Le
tensioni scatenate dalla lunga fase contrattuale sono palpabili e vi sono
momenti del confronto particolarmente accesi. Siamo ad una fase di criticità e
le posizioni tendono a radicalizzarsi. Quando andiamo ad affrontare e
regolamentare i rapporti tra gestori ed azienda dobbiamo tener conto di un
quadro normativo di riferimento dove far convergere l'esigenza di rinnovamento
delle condizioni economiche e di ammodernamento delle regole che trattano i
rapporti delle parti. Le relazioni industriali vivono di questo confronto. Noi
diamo voce alla parte contrattualmente più debole per la tutelata sindacale.
Questo certo limita- e condiziona- il potere dell'azienda, ma vivaddio siamo in
uno Stato di diritto. Il confronto, anche duro, può dare buoni frutti, sono
convinto che il lavoro che stiamo facendo sarà fruttuoso.
L'Azienda saprà cogliere le valenze delle nostre posizioni e dare le risposte
giuste.
D: In effetti però solo in Italia
le associazioni dei gestori sono organizzati come un vero e proprio sindacato.
Come mai secondo lei?
R: Il nostro paese è uno dei soci fondatori dell'UE. Ma rimane con molte
peculiarità, portato di una parabola storica, sociale ed economica molto
originale, come la conformazione geografica e amministrativa: siamo un paese con
poche pianure, molte terre alte, di otto mila comuni. La rete della
distribuzione carburanti in Italia si è sempre distinta storicamente dal resto
dell'Europa, in coerenza con le diversità del nostro sistema economico, fondato
sulle PMI. La frammentazione e l'alto numero di punti vendita ha reso necessario
ai gestori l'esigenza di essere tutelati e rappresentati, sia come figura
all'interno della distribuzione carburanti sia ai tavoli con le compagnie. La
rappresentanza è una ricchezza della democrazia che ha consentito il governo del
settore e la sua modernizzazione con processi condivisi, attraverso la
partecipazione, assicurando al cittadino e al territorio elevati standard di
servizi.
D: Sulla porta c'è anche la
vertenza Shell. In questo caso quali sono i problemi principali? Si parla
addirittura di sospensione dei diritti politici….
R: Al di là di alcune esasperazioni polemiche, con Shell si sono interrotte le
trattative ancor prima della scorsa estate dopo alcuni tentativi di incontri
unitari tra le organizzazioni sindacali e l'Azienda per il rinnovo dell'accordo
economico scaduto.
La questione centrale ruota intorno al rifiuto di Shell di tornare indietro
nella sua politica di espansione delle associazioni in partecipazione. Si
contestano le modalità, contrattualmente violente, della compagnia che opera
costringendo di fatto i gestori, anche quelli non in scadenza di contratto, a
subire la minaccia e il ricatto di essere espulsi dalla rete. E' un tentativo
maldestro che mira a emarginare la figura del gestore e indebolire la categoria
a vantaggio di una nuova rete Shell, gestita fuori dal quadro legislativo
delineato dal 32/98 e dalla 57/2001. L'associazione in partecipazione è inoltre
un aggiramento della normativa sul lavoro dipendente.
Se l'azienda vuole gestire direttamente la sua rete lo faccia, assuma i gestori
a libro paga, applichi il contratto di lavoro, paghi i contributi. Non può, in
Italia, pensare di fare ciò che vuole, organizzando una sua società partecipata
al 100% che fa concorrenza sleale ai propri gestori con contratti capestro. In
Italia i soci partecipano alle deliberazioni delle linee strategiche della
società, delineano l'organizzazione e lo sviluppo del business, i piani e i
bilanci economici, le spese e le eventuali entrate: Nel caso in specie invece
siamo in presenza di un socio che risponde ad un orario di lavoro, a modalità
operative impartite, ad obiettivi prefissati e calati dall'alto, che non decide
sulle politiche di acquisto, neanche su come vestirsi: in altre parole non c'è
alcun elemento qualificante dell'esser socio nel gestore in associazione. E' una
finzione. Che deve finire.
In questo quadro, abbiamo constatato che non era più possibile dialogare. La
posizione della Faib, più volte ribadita all' Azienda e manifestata anche al
tavolo ministeriale, si sostanzia nella piena disponibilità a tornare ad un
tavolo di confronto, sempre che Shell ripensi la propria strategia
ridimensionando gli impianti in gestione diretta, superando le associazioni in
partecipazione che confinano il gestore ad un ruolo di lavoro subordinato, senza
garanzie.
D: Non temete che tutte queste
difficoltà con l'ambiente italiano possano portare Shell a un disimpegno dalla
rete carburanti, come del resto ciclicamente si vocifera?
R: Se Shell decidesse di abbandonare il mercato italiano certamente sarebbe una
perdita. Siamo in presenza di un marchio prestigioso, il suo abbandono non
farebbe sicuramente piacere a nessuno.
Noi vogliamo che Shell resti in Italia, rispettando le regole come tutti gli
altri, senza ricercare vantaggi competitivi a danno dei gestori e in palese
contrasto con le leggi di riferimento.
Le decisioni strategiche tuttavia spettano al management aziendale, ma pensare
che queste decisioni vengano prese per le difficoltà -e per i rapporti- con il
mercato italiano, è una tesi che non mi convince affatto.
D: Come giudica invece gli altri
accordi che siete riusciti a chiudere con le altre compagnie? Con quelli
sottoscritti con Esso, Erg e Kupit si introducono sistemi di incentivazione che
premiano non più esclusivamente i volumi di vendita, ma anche gli standard
qualitativi del servizio. Questo proprio per sottolineare l'importanza del ruolo
del gestore. Siete soddisfatti?
R: La chiusura di un accordo è frutto del risultato di una mediazione che deve
trovare la giusta soddisfazione da ambo le parti. Certamente il contesto
economico con il quale ci siamo- e ci dobbiamo -confrontare non aiuta. Il
settore avrebbe bisogno di forti incentivi e ciò ci imporrebbe un'azione più
radicale. Ma certamente non possiamo ignorare la realtà e sappiamo che il meglio
spesso è nemico del bene.
Alla luce della liberalizzazione del settore, con l'ingresso di nuovi competitor
come pompe bianche e G.D.O., l'unico strumento che abbiamo in mano per
valorizzare il ruolo del gestore è quello di puntare essenzialmente
all'efficienza, alla professionalità, al miglioramento delle performance
qualitative, alla soddisfazione del cliente. Sappiamo che è una sfida a cui la
categoria non può sottrarsi. Ma, allo stesso tempo, le compagnie non possono
sfuggire all'esigenza di ammodernare gli impianti, ampliare l'area di
accoglienza, sviluppare il non-oil; e porre mano alla rivisitazione dei
contratti di affitto e di gestione delle aree non oil, lasciando ampia autonomia
nelle gestioni e nelle politiche d'acquisto. Andare in questa direzione vuol
dire indirizzare le nostre risorse migliorando la crescita imprenditoriale delle
migliaia di piccole imprese condotte dai gestori. È giusto anche che tutto
questo venga in qualche modo riconosciuto dalle compagnie petrolifere,che non
possono non vedere gli sforzi che sono stati fatti.
Gli accordi richiamati sono un riferimento per quelli ancora in discussione.
D: Cosa ne pensate della recente
liberalizzazione della rete carburanti varata con la Manovra estiva? La
considerate una minaccia o una opportunità?
R: La legge 133 varata ad agosto da questo governo risponde alla procedura di
infrazione impugnata dalla commissione europea nei confronti del governo
italiano: La Faib aveva già cominciato a ragionare a questa soluzione con il
governo Prodi e il Ministro Bersani. In questo senso ci dissociammo da una
dichiarazione insensata di 15 giorni di sciopero che ovviamente non furono mai
fatti. Occorreva rimuovere quegli elementi giudicati distorsivi del mercato e
della concorrenza che si ritenevano presenti nel nostro paese.
Siamo usciti da quel procedimento più forti, con l'obiettivo di precisi standard
qualitativi, che rilanciano il ruolo del gestore, così come avevamo iniziato a
pensare con Bersani. Il governo Prodi poi è caduto e l'accordo l'abbiamo fatto
con Scajola: La sostanza non cambia, dovevamo rimuovere un ostacolo e rilanciare
la figura del gestore. L'abbiamo fatto. L'obbiettivo è quello di migliorare
l'efficienza complessiva del sistema, con una diversificazione dei servizi
offerti dalla rete distributiva italiana, dando impulso al suo ammodernamento ed
ai relativi investimenti con lo scopo di creare le condizioni utili a contenere
su tutto il territorio nazionale sia i costi industriali che i prezzi al
pubblico dei carburanti, sino ad annullare le differenze strutturali con altri
paesi europei, e senza con questo intaccare le caratteristiche di servizio
capillare, di utilità pubblica e di assistenza all'automobilista che attualmente
costituiscono un valore aggiunto della nostra rete, garantendo un servizio per
le comunità, anche le più piccole e le più svantaggiate. Questi principi noi li
consideriamo un'opportunità. Altrimenti se l'orientamento fosse quello di
trasferire quote di erogato alla Gdo, nelle aree più appetibili, come
risoluzione del problema, lasciando il resto del territorio nella situazione
attuale, avremmo possibili e devastanti effetti di desertificazione, come è già
successo in Francia, dove peraltro il territorio e l'insediamento abitativo
hanno ben altre caratteristiche. Questo non solo penalizzerebbe la nostra
categoria ma anche tutti i consumatori italiani.
D: Sia il presidente
dell'Antitrust, Antonio Catricalà, sia la Commissione europea si sono detti
soddisfatti per le nuove norme, sottolineando però al contempo che le nuove
norme regionali rischiano di bloccare il processo, con una serie di “postille”
(come l'obbligo di Gpl, v. Staffetta 05/11/08). Cosa rispende la Faib?
R: Proprio su questi aspetti si è focalizzata l'attenzione e il confronto tra i
soggetti interessati all'emanazione e attuazione delle linee guida a livello
regionale, per dare i giusti indirizzi ad una legge che deve trovare
applicazione sul territorio, fatte salve le autonomie di programmazione e
governo delle Regioni- che in materia di commercio hanno competenza esclusiva-
in fatto di ambiente e di tutela della salute. Se l'obiettivo è quello di avere
in futuro una rete che risponda a questi requisiti, sappia interpretare il
cambiamento e le esigenze di carburanti sempre più puliti ed eco-compatibili,
come è giusto che faccia una Regione che deve governare pensando al futuro,
queste “postille” sono necessariamente indispensabili. A nessun soggetto che ha
intenzione di aprire un nuovo punto vendita di carburanti sarà precluso di
realizzarlo, tutto questo sempre nel rispetto di tutte le norme di sicurezza,
salvaguardia del territorio e dell'ambiente.
D: Proprio per guidare il
processo di liberalizzazione è stato siglato un Protocollo tra i gestori e il
ministro Scajola. Protocollo che tuttavia rimarrà in stand by fino a quando non
si bloccherà la situazione con Eni e Shell. Non sarebbe auspicabile riprendere
il processo, magari anche a latere dei tavoli con Eni e Shell?
R: Il protocollo di intesa firmato tra le organizzazioni sindacali ed il MISE è
finalizzato a promuovere interventi mirati alla crescita della rete nel nostro
paese.
C'è un incredibile lavoro da fare, la distribuzione carburanti da noi è
asfissiata da una giungla di regole e contro-regole che ne limitano lo sviluppo.
In altri paesi il gestore può integrare il proprio reddito d'impresa con
attività collaterali per oltre il 50%, da noi no, perché ci sono troppi vincoli,
troppe autorità preposte, troppe autorizzazioni.
Abbiamo concorso al superamento di elementi che si ritenevano distorsivi del
mercato e della concorrenza. Oggi chiediamo di promuovere l'efficienza
complessiva del sistema e la diversificazione dei servizi offerti sulla rete.
Il Ministro personalmente si è impegnato su questo fronte e con lui tutti gli
uffici competenti. Con loro abbiamo fissato delle priorità e un agenda di
lavoro. Attendiamo che si dia attuazione agli impegni presi.
È interesse di tutti aprire immediatamente il tavolo di confronto per portare a
compimento questi impegni e dare a questo settore risposte adeguate.
I gestori le attendono.
D: Voi, come Faib, cosa proponete
per ridare un po' di respiro ai gestori e all'intero settore della distribuzione
carburanti?
R: Regole nuove uguali per tutti, senza distinzione alcuna, pari opportunità e
maggiore liberalizzazione del non-oil. Rivedere i margini dei gestori perché
quelli attuali sono inadeguati.
Riteniamo che occorra introdurre negli accordi interprofessionali la clausola di
diritto di prelazione, nel caso di cessione degli impianti, e soglie di
autonomia nelle politiche di approvvigionamento, sia nell'oil che nel non oil.
Bisogna infine ripensare l'organizzazione della filiera e introdurre elementi di
concorrenza e flessibilità nella logistica per superare un integrazione
verticale che produce troppe diseconomie che gravano sulla rete distributiva e
sul consumatore.
Foto:
Martino Landi |